E’ una news di informazione.
Ci fa piacere riproporre un’intervista che avevamo pubblicato nella nostra precendente pagina web.

E’ l’intervista ad uno dei più noti skiman della Coppa del Mondo di sci presente sul numero 103 della rivista RaceSkiMagazine.
Le parole di Mauro Sbardellotto, lo skiman intervistato, bene inquadrano il mestiere dal punto di vista tecnico e professionale mettendo in evidenza la necessità di seguire l’evoluzione dello sport sci e delle tecnologie che supportano questo sport.
E’ il continuo scambio di informazioni tra gli addetti o tra gli addetti e le ditte che forniscono la tecnologia necessaria per la preparazione degli sci che ci mantengono professionalmente aggiornati. Per questo lo scambio avviene nelle due direzioni per portare noi skiman a conoscere le nuove opportunità di lavorazione, e per portare le ditte a fornire le migliori soluzioni grazie all’ultima concreta verifica della qualità del lavoro fatto nel laboratorio.
Gli aggiornamenti con altri skiman di diversi livelli, le visite alle produzioni di sci e di macchine per lo sci, ci qualificano nel nostro lavoro.

Riportiamo integralmente l’intervista di Matteo Malusà ma vorremmo sottolineare nelle risposte di Mauro Sbardelloto l’importanza dell’utilizzo delle nuove tecnologie, l’importanza del ruolo dello skiman al pari di quello di allenatore e l’importanza del feedback dato dall’atleta allo skiman stesso.

SONO felice di far conoscere meglio uno degli skiman più vincenti del Circo Bianco, oltre ad essere tra i personaggi più carismatici. Non è facilissimo entrare in sintonia con ‘Sbarde’, è un uomo che ‘pesa’ le persone prima di dare la giusta confidenza, ma posso assicurare che se decide di fidarsi, diventa un guascone di primo livello. Insomma, un simpatico personaggio ma anche un solerte professionista. Il suo curriculum parla da solo, ma anche il rapporto che ha con sue ex-atlete (Deborah Compagnoni su tutte) e con le sorelle Fanchini di cui si occupa ora, fa capire come Mauro sia in grado di instaurare un feeling speciale con le sue ‘assistite’. Quel legame indispensabile per arrivare a risultati importanti. Lo abbiamo intervistato a 360° sulla professione di skiman.

Partiamo dalle esperienze che hai avuto con gli atleti.

Con chi hai instaurato il rapporto migliore? «Credo proprio con Deborah. Era una professionista autentica e avevamo un bel team privato; si lavorava bene e sodo, ottenendo risultati importanti. Confesso, però, che in certe cose le sorelle Fanchini mi ricordano molto la Compagnoni».

Ci sono differenze nella preparazione degli sci per le due sorelle Fanchini? «La sciolinatura è la stessa per entrambe. Se vogliamo vedere le diversità, Nadia vuole un po’ più di filo perchè preferisce lo sci un po’ più aggressivo, mentre nella scelta dello sci Elena predilige strutture più rigide».

Usi qualche attrezzo artigianale? «Sì, il toglifenolo e soprattutto il banco. Ho passato anni a modificare la postazione di lavoro fino a trovare il feeling giusto».

Nella preparazione dello sci ci sono grandi differenze dal tuo esordio come skiman ad oggi? «La preparazione è cambiata radicalmente. Una volta le scelte erano più immediate e tutto era meno complicato, negli ultimi quindici anni il mercato delle scioline si è evoluto tantissimo e sono stati fatti passi da gigante. Non ultime, sono arrivate le macchine per le lamine. Bisogna tenersi in continuo aggiornamento per restare al top».

Cosa non manca mai nei tuoi ‘cassoni’? «Sicuramente la foto dei miei figli, Nicolò e Lucia, e quella della mia compagna Enrica. Poi le mie ciabatte per lavorare, me le porto dietro dal 1994!».

Si dovrebbe fare qualcosa per migliorare la posizione degli skiman all’interno della Coppa del Mondo? «Certo che si dovrebbe, eccome! Per prima cosa bisognerebbe portare il ruolo di skiman al pari di quello di allenatore, perché al giorno d’oggi il materiale è fondamentale. Il problema è che in Italia è un mestiere che non viene riconosciuto, né tantomeno tutelato. E poi i luoghi di lavoro devono essere migliorati, non è logico che nel 2008 continuiamo ad essere chiamati i ‘re delle cantine’».

Parliamo ancora di atleti. Cosa hai pensato quando hai visto Nadia finalmente sul gradino più alto del podio a Lake Louise? «Ho semplicemente pensato che era destino! Nadia è una predestinata che avrebbe già dovuto vincere la scorsa stagione, ma vi assicuro che il meglio deve ancora venire. Un occhio poi lo tengo sempre su Elena, che aspetto con ansia».

Qual è stato il momento più bello della tua carriera? «La vittoria di Deborah in gigante alle Olimpiadi di Nagano nel 1998. È stata un’emozione unica, fortissima, splendida».

Il tuo consiglio a chi vorrebbe intraprendere questa professione? «Di guardarsi dentro e cercare la vera passione, perché all’inizio tutto sembra bello e facile ma quando si è lontani da casa e si vorrebbe tornare indietro, bisogna avere tanta passione per continuare. Il problema è che i giovani d’oggi hanno sempre meno pazienza e meno passione per il proprio lavoro».

Un’ultima cosa: vuoi ricordare il tuo palmarés? «Con i vari atleti che ho seguito abbiamo vinto una Coppa del Mondo di slalom gigante, nove medaglie tra Mondiali ed Olimpiadi (dieci dopo Val d’Isère), diciassette vittorie in Coppa del Mondo e più di quaranta podi….. Sono assunto?».